La Chiesa siciliana, attraverso Caritas e Migrantes, rilancia il dibattito pubblico sulle cosiddette “seconde generazioni”, ossia i figli di immigrati nati o cresciuti in Italia.
Il dibattito arriva dopo il fallimento del recente referendum sulla cittadinanza, che ha visto il 34,7% dei votanti esprimersi contro e non ha raggiunto il quorum. La Conferenza Episcopale Siciliana sottolinea come la cittadinanza non sia solo una questione giuridica, ma un riconoscimento di appartenenza e partecipazione alla vita comunitaria. In Sicilia, oltre 15 mila studenti nati in Italia da genitori stranieri vivono una realtà quotidiana italiana, ma restano ufficialmente “stranieri”.

Questa situazione, evidenziano i vescovi, genera una profonda dissonanza e senso di esclusione. In un contesto di denatalità crescente, con il 14% dei nuovi nati classificati come stranieri, appare urgente ripensare le modalità di accesso alla cittadinanza, soprattutto per chi ha frequentato la scuola in Italia. La proposta dello ius scholae, che le Chiese siciliane sostengono, va in questa direzione: riconoscere la cittadinanza a chi ha completato un percorso scolastico nel Paese. “La scuola è il laboratorio di una nuova convivenza”, affermano i promotori, che intendono coinvolgere istituzioni, società civile e soprattutto i giovani stessi, come protagonisti di questo processo.
La voce delle nuove generazioni, non più solo delle associazioni, chiede ora riconoscimento e diritti. “Una spinta dal basso che non può essere ignorata”, dichiarano i vescovi Corrado Lorefice e Giovanni Accolla, annunciando per i prossimi mesi nuovi momenti di confronto sul tema.
