Ci sono problemi che un giornale racconta una volta. E poi ce ne sono altri che tornano continuamente, perché continuano a essere presenti nella vita quotidiana dei cittadini. La crisi idrica non è più un’emergenza: per migliaia di cittadini è diventata una condizione quotidiana. E le segnalazioni che arrivano alla nostra redazione raccontano una situazione che merita risposte.
La crisi idrica a Favara è una notizia ciclica, si potrebbe fare “copia/incolla”. Alla redazione di SiciliaTarget arrivano con frequenza segnalazioni di cittadini che raccontano di turni di distribuzione stabilizzati attorno agli otto giorni, ma che non di rado si allungano fino a dieci giorni e oltre. Una situazione che diventa pesante ed insostenibile per famiglie, attività commerciali e anziani.
Le motivazioni sono note: rotture lungo la rete, interventi di riparazione, problemi alle condotte, riduzioni della fornitura e una rete che continua a mostrare tutte le proprie fragilità.
Quando venne attivato il pozzo comunale nella zona dello stadio, era stato spiegato che l’acqua immessa nel sistema avrebbe potuto contribuire ad accorciare i tempi della turnazione. Si parla di una disponibilità nell’ordine di circa 10/15 litri al secondo destinata ad alimentare il serbatoio comunale. Eppure quel miglioramento non sembra esserci concretamente stato. La turnazione continua infatti a rimanere attorno agli otto giorni e, quando intervengono ulteriori problemi, può facilmente allungarsi.
La domanda, allora, è quanto sarebbe più grave la situazione senza quella risorsa?. Perché se anche con quei 15 litri al secondo immessi nel sistema si continua a viaggiare su turnazioni di otto giorni o più, significa che il problema strutturale rimane tutto lì.
E poi c’è un’altra questione, forse ancora più importante, che a Favara si conosce da decenni: l’approvvigionamento del serbatoio comunale di via Cartesio dipende sostanzialmente da un’unica adduzione proveniente dal ripartitore di Aragona. Una condotta vecchia, che nel tempo ha mostrato più volte le proprie criticità. Quando quella condotta si rompe, le conseguenze sulla distribuzione diventano inevitabili. E a questo si aggiungono anche episodi di manomissione di saracinesche, un fenomeno che, se confermato, rende ancora più fragile un sistema già delicato.
Ma proprio questo è il punto: quanto può essere considerata normale una situazione nella quale una città di queste dimensioni dipende da un’unica principale adduzione? È una domanda che non riguarda soltanto Favara. Riguarda la programmazione, gli investimenti, la manutenzione delle reti e soprattutto le scelte che devono essere assunte da chi ha la responsabilità del servizio.
AICA è pubblica. E la soluzione deve essere pubblica. AICA non è un gestore privato calato dall’alto. È una società consortile che nasce dall’ATI, l’Assemblea territoriale idrica, composta dai Comuni.
E allora, se il servizio idrico è pubblico, anche la responsabilità delle scelte strategiche deve necessariamente essere ricondotta alla dimensione pubblica. Non basta spiegare ogni volta perché l’acqua non arriva. I cittadini hanno bisogno di sapere che cosa si sta facendo per fare in modo che domani arrivi con maggiore regolarità.
Questo giornale ha affrontato più volte la questione e continuerà a farlo. Non perché SiciliaTarget voglia sostituirsi ai tecnici o ai gestori, ma perché raccoglie quotidianamente le voci di cittadini che spesso non hanno risposte dagli uffici preposti e non sanno a chi rivolgersi.
C’è, purtroppo un aspetto che, forse, dovrebbe preoccuparci ancora di più della stessa turnazione. La rassegnazione.
A Favara ormai si protesta poco. Qualche post sui social, qualche segnalazione, qualche telefonata. Poi si aspetta. Si riempiono i recipienti quando arriva l’acqua, si programma la giornata in funzione della distribuzione e si accetta come inevitabile ciò che inevitabile non dovrebbe essere. Ci siamo quasi abituati all’idea che avere l’acqua in casa ogni otto, nove o dieci giorni sia una condizione con la quale convivere.
Ma non dovrebbe essere così. Una città non può programmare la propria quotidianità sulla certezza dell’incertezza: quando arriverà l’acqua? Per quanto tempo? E il turno salterà ancora?
Anche dagli “eletti dal popolo” non arrivano segnali di interessamento, di battaglie che sono pù di carattere sociale che politico. La nostra non vuole essere una polemica contro qualcuno. È una domanda rivolta a tutti i soggetti che hanno competenza e responsabilità: AICA, ATI, Comuni e istituzioni regionali.
E forse è arrivato il momento di smettere di considerare la crisi idrica soltanto come un problema da gestire giorno per giorno e cominciare ad affrontarla come un’emergenza strutturale da risolvere. Perché l’acqua può anche mancare per un periodo. Quello che non può mancare, soprattutto in chi governa il servizio, è la volontà di trovare una soluzione.
