I testimoni di giustizia lanciano un grido d’allarme: molti di loro rischiano di arrivare all’età pensionabile senza i contributi necessari, dopo una vita vissuta sotto protezione e lontano dal lavoro a causa del loro coraggio civico.
L’appello arriva da Ignazio Cutrò, presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, che in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio si è rivolto direttamente alla premier Giorgia Meloni e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
“Nel giorno in cui l’Italia onora la memoria del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta – scrive Cutrò – vi chiedo di ascoltare le parole di Pietro Nava. La mancanza dei contributi non è frutto di evasione, ma la conseguenza delle nostre scelte di legalità, che ci hanno costretti ad abbandonare il lavoro e a vivere sotto protezione”. Cutrò, lui stesso ex imprenditore costretto a rinunciare alla propria attività, sottolinea come la richiesta non sia quella di nuovi privilegi, ma del riconoscimento di diritti già estesi ad altre categorie di vittime, come quelle del terrorismo e della mafia. “Chiediamo che lo Stato completi il proprio dovere verso chi ha scelto la giustizia, – conclude – garantendo almeno una vecchiaia dignitosa”.
A sollevare con forza la questione è stato Pietro Nava, testimone chiave nell’omicidio del beato giudice Rosario Livatino, intervenuto di recente a un convegno del Centro Studi Livatino a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. Il problema, però, riguarda tutti coloro che hanno scelto di rompere il silenzio e denunciare la criminalità. Giuseppe Carini, testimone centrale nel processo sull’uccisione di don Pino Puglisi, ha dichiarato: “Chiediamo che lo Stato si faccia carico del versamento dei contributi pensionistici, affinché non ci si ritrovi, dopo anni di sacrifici e rischi personali, a vivere la vecchiaia in condizioni di povertà”. Carini ha ricordato come la questione sia già stata portata all’attenzione delle istituzioni, con una lettera indirizzata alla Presidenza del Consiglio, al Ministero dell’Interno e alla Commissione Parlamentare Antimafia. L’unico riscontro finora è arrivato dalla deputata Stefania Ascari, membro della stessa commissione, che ha presentato un’interrogazione parlamentare rivolta ai ministri dell’Interno e del Lavoro. “Il silenzio delle istituzioni su questa vicenda – sostengono – rischia di compromettere la fiducia di chi, in futuro, sarà chiamato a testimoniare contro la criminalità. Perché nessuno dovrebbe trovarsi a scegliere tra la legalità e la povertà”.
