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San Francesco Caracciolo, patrono dei cuochi: ad Agrigento fede, amicizia e tradizione gastronomica

La celebrazione nella chiesa di San Francesco d’Assisi, presieduta dall’arcivescovo Alessandro Damiano, ha riunito i professionisti della cucina attorno ai valori della condivisione e dell’accoglienza. Un omaggio anche alla tradizione dell’Agnello Pasquale di Favara.

La cucina come professione, ma anche come espressione di cultura, generosità e attenzione verso gli altri. È questo il significato che ha accompagnato la celebrazione in onore di San Francesco Caracciolo, patrono dei cuochi la cui ricorrenza cade il 13 ottobre, incontro spostato a lunedi 19 per consentire ai numerosi professionisti della cucina di partecipare, conciliando gli impegni lavorativi con un momento di fede e condivisione.

La Santa Messa è stata promossa dall’Associazione Cuochi Agrigento, guidata dal presidente Giovanni Chianetta. Un appuntamento che ha offerto ai tanti professionisti del settore un’occasione per ritrovarsi, rinnovare il proprio legame con il santo patrono e condividere un momento di spiritualità. In apertura della celebrazione, Chianetta ha rivolto un pensiero riconoscente a Totò Schifano e Mario Consentino, ricordandone l’impegno affinché San Francesco Caracciolo fosse riconosciuto come patrono dei cuochi. Un contributo che ha lasciato un segno nella storia della categoria e nella sua identità.

Nel corso dell’omelia, il Vescovo ha ripercorso la figura del santo, richiamando il valore della cucina quale luogo privilegiato di incontro e condivisione. La tavola, in questa prospettiva, non è soltanto il luogo in cui si consuma un pasto, ma uno spazio in cui si costruiscono relazioni e si manifesta l’amore verso il prossimo. Un significato che trova la sua espressione più alta nell’Ultima Cena, quando il pane e il cibo diventano segni di comunione, fraternità e dono.

Nel richiamo alle tradizioni del territorio, ha trovato spazio anche l’Agnello Pasquale di Favara, dolce simbolo di una cultura gastronomica che custodisce memoria, saperi e identità, tramandati di generazione in generazione. Al vescovo i cuochi hanno donato alcuni dolci tipici della nostra tradizione, tra cui dei dolci denominati “conventuali”, nel particolare i dolci “spinasanta”.

La celebrazione ha così intrecciato fede e mestiere, memoria e appartenenza, ricordando come dietro ogni preparazione gastronomica ci siano non soltanto competenza e tecnica, ma anche passione, cultura e il desiderio di accogliere. Valori che San Francesco Caracciolo continua a rappresentare per quanti fanno della cucina una professione e una forma di servizio agli altri.

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