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Da Reggio Emilia a Favara nel segno della legalità: un pellegrinaggio per ricordare le vittime innocenti della mafia

Una delegazione di 28 persone dell’Unità Pastorale “Laudato Si’” ha fatto tappa a Favara per un intenso momento di confronto sulla storia della criminalità organizzata nel territorio agrigentino, sulle vittime innocenti e sull’impegno civile per la legalità. Oggi la visita a Canicattì per rendere omaggio al giudice Rosario Livatino

 

Un viaggio nella memoria, nella storia e nell’impegno per la legalità. Si è svolto ieri pomeriggio, nel Piano Nobile del Castello Chiaramonte, l’incontro con un gruppo di 28 pellegrini provenienti da Reggio Emilia e appartenenti all’Unità Pastorale “Laudato Si’”, giunti in Sicilia nell’ambito di un pellegrinaggio dedicato alla memoria dei Martiri della Mafia.
L’iniziativa, promossa insieme ai sacerdoti don Davide Poletti e don Matteo Mioni, nasce dalla volontà di educare e sensibilizzare la comunità sui temi della giustizia, della memoria e del contrasto alla criminalità organizzata. A guidare il gruppo è stata la responsabile Lilia Guerrier.

L’appuntamento favarese è diventato un’importante occasione di approfondimento sulla storia della mafia locale, sulle sue trasformazioni e sulle tante vittime innocenti che, soprattutto negli anni Novanta, hanno pagato con la vita il prezzo della violenza mafiosa.
Durante il confronto si è parlato di mafia e mafiosità, di omertà, di boss e colletti bianchi, di stragi, processi e responsabilità istituzionali. È stato ricordato anche il forte anatema pronunciato da Papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, divenuto uno dei momenti simbolici della presa di posizione della Chiesa contro la mafia.
Al centro della riflessione, Favara e la sua storia. Una città che, dal secondo dopoguerra in poi, ha conosciuto la presenza pervasiva di Cosa Nostra e successivamente della Stidda, organizzazioni criminali capaci di modificare nel tempo metodi e strategie, mantenendo però invariati gli obiettivi: il controllo degli affari, del commercio, delle imprese, del traffico di armi e droga e, in alcuni casi, delle amministrazioni locali.
Sono state ripercorse le vicende dei Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, le esperienze di amministratori impegnati in prima linea e le difficoltà di uno Stato che, in diversi momenti, non è riuscito a garantire un’efficace presenza sul territorio. Tra le conseguenze più evidenti è stata ricordata anche la devastazione urbanistica di Favara, segnata da un’espansione edilizia incontrollata e da milioni di metri cubi di cemento armato.

All’incontro, coordinato da  Antonio Moscato, presidente della Pro Loco, hanno partecipato il sindaco Antonio Palumbo, l’ arciprete don Nino Gulli, il coordinatore della Festa della Legalità Gaetano Scorsone, l’editore Antonio Liotta e il giornalista di Sicilia Target Giuseppe Piscopo, già amministratore della città negli anni Novanta e vice preside dell’ I.C. “Falcone Borsellino”.
Ognuno ha contribuito a ricostruire un tassello della storia cittadina, raccontando esperienze, testimonianze e percorsi di impegno civile. È emersa l’immagine di una comunità che ha dovuto convivere a lungo con la presenza della criminalità organizzata, con boss, gregari e latitanti, ma che ha saputo anche esprimere figure di grande valore nella magistratura e nella società civile.
Favara è stata ricordata anche per i suoi legami con esponenti di primo piano delle organizzazioni mafiose, per aver ospitato latitanti e criminali come Brusca, Di Gati, Messina e Falsone e per la drammatica vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo. Una realtà complessa, nella quale si sono affermati anche magistrati come Laura Vaccaro e Franca Imbergamo, impegnati nella lotta alla criminalità organizzata.

Il piccolo Stefano Pompeo

Tra gli episodi evocati, l’incendio del portone del Teatro San Francesco alla vigilia dell’arrivo del magistrato Giancarlo Caselli. Ampio spazio è stato dedicato anche alle vittime innocenti della violenza mafiosa: il sindaco Gaetano Guarino, il piccolo Stefano Pompeo, Antonio Valenti, il giudice Rosario Livatino e il direttore di banca Pino Tragna.
Ma il racconto di Favara non si è fermato alle pagine più dolorose. Negli ultimi vent’anni, infatti, la città ha visto nascere circa settanta associazioni, molte delle quali hanno contribuito a costruire una rete di partecipazione e responsabilità sociale.
Un percorso che trova una delle sue espressioni più significative nella Festa della Legalità, appuntamento che da molti anni, nel mese di maggio, riunisce associazioni, istituzioni e scuole in un comune impegno di sensibilizzazione e promozione della cultura della legalità.
Ricordata anche la Pinetina della Legalità, realizzata presso l’Istituto comprensivo Falcone-Borsellino, dove gli alberi portano i nomi di vittime della mafia, persone e associazioni che continuano quotidianamente a testimoniare il valore della memoria e dell’impegno civile.
L’incontro ha suscitato nei pellegrini emozione, interesse e numerose domande. Un confronto che ha permesso di comprendere come gli anni più bui delle grandi stragi appartengano ormai alla storia, ma come il fenomeno mafioso non sia affatto scomparso. Ancora oggi, infatti, il rapporto tra criminalità organizzata, politica ed economia rappresenta una questione aperta, che richiede attenzione, vigilanza e partecipazione.
Un messaggio importante per i visitatori provenienti da Reggio Emilia, che attraverso questo pellegrinaggio stanno vivendo un percorso di conoscenza e testimonianza, nella consapevolezza che ricordare le vittime significa anche assumersi la responsabilità di costruire una società libera dalla cultura mafiosa.


Il viaggio proseguirà oggi nella vicina Canicattì, dove il gruppo si recherà per rendere omaggio alla memoria del giudice Rosario Angelo Livatino, il magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 e divenuto simbolo di giustizia, fede e servizio allo Stato.

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