Lascia dopo 26 anni la guida dell’Ufficio Comunicazioni Sociali e de L’Amico del Popolo: “Dalla macchina da scrivere all’Intelligenza Artificiale, abbiamo attraversato una rivoluzione. Ma al centro devono rimanere le persone”
Ventisei anni alla guida della comunicazione della Chiesa agrigentina. Un viaggio iniziato nel 1999, quando internet muoveva ancora i primi passi, e arrivato oggi nell’epoca dei social e dell’Intelligenza Artificiale. Un prete-giornalista a cui non sfugge nulla, anche nella quotidianità, delle cose che “non vanno” come i ritardi rituali dei bus urbani con le attese sotto il sole senza una pensilina di anziani del centro storico o delle “bellezze” che un territorio ci regala ma che l’ occhio del comune cittadino non vede. Spesso lo vedi camminare con la sua inseparabile macchina fotografica per puntare l’ obiettivo per “scatti” e “zoom” che sanno raccogliere splendide “chicche” paesaggistiche e monumentali, tra luci solari ed ombre, tra campanili storici e indumenti stesi, tra colombe rannicchiate e degrado urbano.

Don Carmelo Petrone ripercorre le tappe di questo lungo servizio, tra cambiamenti tecnologici, esperienze, relazioni e progetti ancora da realizzare. La direzione dell’Ufficio passa ora a don Giuseppe Vecchio.
Don Carmelo, tutto è iniziato il 1° ottobre 1999. Cosa ricorda di quel primo giorno?
“Ricordo innanzitutto che non ero giornalista né figlio di giornalisti. Ero appena tornato da Roma, dove avevo conseguito la licenza in Scienze delle Comunicazioni Sociali, e la Chiesa agrigentina mi chiamò a questo servizio. Ho iniziato come condirettore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali e poi ne ho assunto la direzione.
È stato un incarico che non avevo cercato, ma che ho accolto con passione, cercando ogni giorno di fare dell’informazione un ponte di comunione e di speranza al servizio della Chiesa locale.
Nel corso degli anni è arrivata anche la direzione de L’Amico del Popolo. Che cosa ha significato per lei il settimanale?
“È stata una responsabilità importante. Dopo mons. Domenico De Gregorio, che considero un maestro di vita e di mestiere, ho avuto l’opportunità di guidare il settimanale diocesano.
L’Amico del Popolo è stato uno strumento prezioso per raccontare la vita della Chiesa, ma anche il territorio e le persone. Il giornale ha accompagnato i cambiamenti della nostra comunità e, nello stesso tempo, ha dovuto cambiare profondamente per rimanere dentro il nuovo mondo dell’informazione”.
Lei ha vissuto in prima persona il passaggio dalla comunicazione tradizionale al digitale. Quanto è cambiato il modo di fare informazione?
“È cambiato praticamente tutto. Nel 1999 c’erano ancora macchine da scrivere, fax, i primi computer e modem che impiegavano tempo per collegarsi. La notizia aveva ritmi che oggi ci sembrerebbero quasi impensabili.
Poi sono arrivati il web e i social network. Abbiamo cercato di abitare questi nuovi spazi, senza limitarci a subirli. Ma abbiamo anche imparato che la velocità non è sinonimo di verità.
Oggi una notizia può raggiungere migliaia di persone in pochi secondi, ma questo non significa automaticamente aver creato informazione, dialogo o relazione”.

E oggi arriva la sfida dell’Intelligenza Artificiale. È preoccupato?
“Più che preoccupato, sono consapevole della responsabilità che abbiamo davanti.
L’Intelligenza Artificiale non è soltanto un nuovo strumento: ci costringe a interrogarci sul significato stesso della comunicazione. Gli algoritmi possono generare testi e immagini, possono simulare linguaggi, ma non possono sostituire il cuore, l’empatia, l’ascolto e lo sguardo dell’uomo.
La vera sfida non è inseguire ogni nuova tecnologia, ma garantire la primazia dell’umano”.
Che cosa significa, concretamente, per la comunicazione della Chiesa?
“Significa usare il digitale, l’IA e la carta stampata senza perdere il valore dell’incontro.
La fede non si trasmette attraverso una semplice quantità di informazioni. Si trasmette attraverso la vita, la testimonianza e le relazioni. Un incontro reale, un ascolto senza fretta, una presenza accanto a una persona rimarranno sempre linguaggi insostituibili”.
Nel 2014 ha assunto anche la direzione del Centro per la Cultura e la Comunicazione. Quanto è stata importante questa esperienza?
“È stata una tappa significativa. Con la riorganizzazione della Curia in Centri pastorali mi venne affidata la direzione del Centro per la Cultura e la Comunicazione, servizio che ho svolto fino al luglio 2025.
È stata un’esperienza che mi ha permesso di comprendere ancora meglio quanto cultura e comunicazione siano strettamente legate e quanto debbano essere considerate dimensioni trasversali della vita pastorale”.

Tra i momenti che ricorda con maggiore affetto ci sono quelli dedicati alla formazione degli operatori dell’informazione?
“Sì, certamente. Le feste di san Francesco di Sales e i convegni per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali sono tra i ricordi più belli.
Sono stati momenti di formazione, ma soprattutto di incontro. Abbiamo cercato di crescere insieme come operatori della comunicazione, creando rapporti professionali ma anche umani.
E oggi posso dire che il patrimonio più grande di questi 26 anni sono proprio le persone che ho incontrato”.
Qual è il bilancio umano di questo lungo percorso?
“È un bilancio fatto soprattutto di gratitudine.
Ho incontrato tanti giornalisti, operatori dell’informazione, collaboratori e amici. Nei grandi eventi e nelle emergenze siamo stati compagni di viaggio, accomunati dalla ricerca della verità.
Ringrazio la redazione de L’Amico del Popolo, Marilisa Della Monica e tutti coloro che hanno collaborato con me. E ringrazio i Pastori che si sono succeduti alla guida della Chiesa agrigentina per la fiducia che mi hanno accordato.
Se negli ultimi anni non sono sempre riuscito a rispondere a tutti con la prontezza che avrei voluto, anche a causa di alcune difficoltà personali, chiedo semplicemente scusa”.
C’è qualcosa che avrebbe voluto realizzare e che non è stato possibile portare a compimento?
“Sì. Avrei voluto un coordinamento più forte tra i diversi media diocesani e una comunicazione che facesse sempre rima con comunione.
È una sfida che resta aperta, soprattutto nell’epoca dei social, dove il rischio dell’autoreferenzialità è molto forte. La comunicazione della Chiesa deve invece aiutare a costruire unità, partecipazione e dialogo”.
Ora la staffetta passa a don Giuseppe Vecchio. Qual è l’augurio che gli rivolge?
“Gli auguro di non dimenticare mai che la comunicazione, prima di essere una tecnica, è una forma d’amore.
È un servizio che attraversa tutta la pastorale e deve essere rivolto a tutti. Ci saranno momenti difficili, prove e stagioni nelle quali sarà necessario andare controcorrente. Gli auguro di non demordere e di custodire sempre la speranza.
Io lascio un incarico, non la comunità. Cambiano i ruoli istituzionali, ma non cambia la passione per questa nostra Chiesa e per questo territorio.
Continueremo a incontrarci per le strade di Agrigento, nei comuni della provincia e anche nei nuovi sentieri digitali. Con la certezza che le parole spese per il bene non vanno mai perdute”.
