HomePoliticaAgrigentino senz’acqua: non è siccità, è una vergogna politica

Agrigentino senz’acqua: non è siccità, è una vergogna politica

In molti Comuni della provincia di Agrigento e Favara tra questi, l’acqua arriva nelle case ogni 8, 9, perfino 10 giorni. Una condizione indegna di un territorio europeo nel 2026. Una situazione che costringe famiglie, anziani, bambini e attività commerciali a vivere nell’ansia continua: controllare cisterne, fare i conti con rubinetti a secco e servizi igienici al limite della sopravvivenza civile.

Questa volta non si può nemmeno usare la siccità come alibi. L’acqua c’è ed anche in abbondanza. Per mesi i cittadini si sono sentiti ripetere che “l’acqua non c’è”, che “gli invasi sono vuoti”, che “le sorgenti sono in crisi”. Ma oggi questa narrazione crolla davanti alla realtà: l’inverno è stato piovoso, le precipitazioni sono state abbondanti anche in primavera, gli invasi non sono deserti e l’acqua disponibile esiste. L’acqua c’è. Quello che manca è la volontà politica di risolvere la questione. .

Il vero nodo, infatti, è un altro, ed è tutto politico, amministrativo ed economico: Siciliacque, la SpA che gestisce il sistema di captazione, accumulo, potabilizzazione e adduzione dell’acqua in Sicilia: dighe, acquedotti, invasi, sorgenti, potabilizzatori, pozzi, reti strategiche, ha drasticamente ridotto la fornitura idrica all’AICA e quindi ai Comuni serviti.

La motivazione è stata dichiarata senza troppi giri di parole: “Forniamo acqua commisurata a quanto il distributore ha deciso unilateralmente di pagare”. Tradotto in termini brutali: l’acqua esiste, ma non te la diamo perché non paghi il dovuto.  Un contenzioso economico tra Siciliacque e AICA, con debiti milionari eredidati ed accumulati negli anni dalla società consortile pubblica che gestisce il servizio idrico per i comuni agrigentini.

E così i cittadini diventano ostaggi di una guerra finanziaria combattuta sopra le loro teste. AICA riceve meno acqua di quella necessaria e, di conseguenza, i Comuni ricevono meno acqua di quella indispensabile per garantire un servizio umano e dignitoso. Alla fine della catena, a restare a secco, sono sempre le famiglie.

È qui che la vicenda assume contorni ancora più gravi e paradossali. Siciliacque non è un soggetto privato qualsiasi. È una società partecipata al 75% da Idrosicilia — controllata da Italgas — e al 25% dalla Regione Siciliana. Italgas ha come socio di maggioranza la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il Ministero dell’Economia, In altre parole, lo Stato e la Regione controllano direttamente il sistema, e oggi stanno chiudendo i rubinetti ai cittadini. Ed è questo il cuore dello scandalo.

Lo Stato e la Regione stanno negando acqua a un’azienda, AICA, che è il braccio operativo dei Comuni della Provincia di Agrigento. Stanno negando acqua ai loro Comuni e quindi stanno negando acqua ai cittadini. Stanno negando un diritto essenziale a persone che pagano tasse, bollette e tributi. Un messaggio devastante: “L’acqua c’è, ma non te la diamo perché ci sono problemi di soldi.”

È inaccettabile. L’acqua non può essere usata come arma, e poi contro i cittadini.

E mentre i cittadini fanno i conti con turni idrici medievali, la politica continua a latitare. E così AICA accusa Siciliacque, Siciliacque richiama i mancati pagamenti, la Regione tace, Roma guarda altrove. Intanto la provincia di Agrigento continua a vivere una delle più grandi umiliazioni civili della Sicilia contemporanea. La verità è semplice e drammatica: Siamo davanti al fallimento della politica, che forse vuol far fallire la gestione pubblica dell’acqua e , sembra, che sia sulla buona strada.

Su questa situazione registriamo la presa di posizione del sindaco di Favara Antonio Palumbo: “Da giorni ormai la nostra città vive una intollerabile situazione di crisi idrica dovuta al concatenarsi di una serie di problematiche come rotture e interruzioni che siamo riusciti solo in parte a contenere grazie alla riattivazione del nostro pozzo comunale. Abbiamo chiesto ad Aica di potenziare la fornitura ma, assurdo a dirsi, nonostante oggi gli invasi siano pieni, Siciliacque ha deciso di ridurre l’acqua veicolata sulla nostra provincia. Una scelta irresponsabile, folle, che rischia di provocare gravissimi disordini sociali e ogni giorno da un lato costringe i cittadini a condizioni di vita non decorose di uno stato civile, e dall’altra espone i sindaci al rischio costante di divenire terminali ultimi della rabbia. Non è accettabile che il profitto governi un diritto ineludibile delle persone.

La Regione, proprietaria di Siciliacque, intervenga con forza e presto sulla propria società controllate imponendo di riaprire i rubinetti. Non faccia finta di non sentire e di non vedere per squallido interesse. Non è possibile parlare di legalità senza il diritto all’acqua”.

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