di Giuseppe Macauda
“L’ARCA DI FEWAR”, di Antonio Patti, con i suoi racconti di animali fantasmatici inseriti in un accattivante libro carico di bestie strane viene presentato dall’autore come un gioco finalizzato a far scoprire ai lettori i mostri da lui inventati, ed adeguatamente mimetizzati, fra quelli da sempre noti nel territorio favarese.

Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice “L’arca di Noè”, dopo la sua morte per espresso desiderio dell’amata moglie Mimma. In realtà i quattordici coinvolgenti racconti del medico favarese nascondono uno scopo etnoantropologico alto e ben preciso: recuperare le tradizioni locali ed alcuni preziosi aspetti della cultura popolare. In diversi racconti Antonio Patti, infatti, alza il tono culturale con appassionanti riferimenti mitologici e biologici. Nel caso della “Vipera che allatta”, l’autore, dopo aver narrato come la leggenda vuole che i figli dotati di denti velenosi uccidono la madre, propone un’analogia con Oreste, che secondo Eschilo, compie il matricidio per vendicare il padre Agamennone.
Nello stesso racconto l’autore non può fare a meno di esprimere una considerazione, che rivela interamente la sua vasta cultura biologica. Lo strano animale osservato da tanti, in contrada Ramalìa, non troverebbe nessuna collocazione sistematica in ambito zoologico, ma si configurerebbe come un ipotetico anello di congiunzione fra rettili e mammiferi.
Una notazione simile la ritroviamo nel racconto “La guìsina”. Patti dopo aver raccontato con passione la credenza che alcuni favaresi erano riusciti ad ottenere una biscia da un crine di cavallo, per valutare razionalmente la leggenda, introduce un raffinato concetto biologico: la filogenesi. Spiegherà così l’impossibilità di un tale fenomeno biologico, perché caratterizzato dalla regressione filogenetica, che in natura non esiste. Leggendo questo affascinante bestiario, il lettore noterà il rigore scientifico del lessico adottato ed il periodare fluido ed elegante che invoglia a girare la pagina per scoprire l’arcano.
In alcuni racconti, come La scaffa e il Mostro del Castello emerge lo spiccato senso ironico di Antonio, che solleciterà il sorriso dei lettori chiamati ad immaginare i batteri che si nutrono di bitume, provocando una sorta di carine stradale e un mostro-custode dalle sembianze femminili incapace di proteggere il Castello dalle intemperie e dal cemento.
Dopo aver dipinto con parole suggestive i contorni dei misteriosi corpi dello Scaglio e della Mala luna , l’autore ci preciserà che il fascino della Chioccia d’oro di contrada Caltafaraci è dovuto alla sua immortalità e che lo scarabeo era un animale sacro nella cosmologia dell’antico Egitto, prima di essere citato nella leggenda come scopritore dei filoni di zolfo.
Antonio, raffinato conoscitore della struttura della mente umana, affermerà nelle pagine conclusive che gli animali fantastici creati dai favaresi, come quelli nati in tante altre realtà geografiche ed etniche, altro non sono che immagini fantasmatiche sfuggite al controllo del nostro “io razionale”. Sono, insomma, l’incarnazioni delle paure ancestrali.

L’autore sostiene in definitiva quello che il grande Konstantinos Kavafis scrive nella sua celebre “Itaca”. Nei suoi versi il poeta greco ci invita metaforicamente a viaggiare lungo la vita con curiosità e senza paura, perché “ In Ciclopi o Lestrigoni , no certo,/n é nell’irato Nettuno incapperai / se non li porti dentro / se l’anima non te li mette contro”. Assolutamente rilevante è, infine, il messaggio etico contenuto nella pregevole postfazione. Antonio nell’ultima pagina ci propone un geniale parallelismo fra la perdita di biodiversità e l’inaridimento della fantasia popolare. Ci ricorda, a malincuore, che ci stiamo impoverendo sia a livello biologico che a livello culturale. E da intellettuale responsabile e lungimirante, con questa sua opera originale, ci invita alla riflessione e ad un nuovo impegno. Prima che sia troppo tardi
