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      L’inganno

di Stanislao Salvaggio

Con un po’ di anticipo rispetto al periodo abituale, anche quest’anno sono tornate a fiorire le minuscole Ophrys bombyliflora (Ofride fior di bombo). Si tratta di una specie di piccole orchidee spontanee diffuse nell’Italia centromeridionale ed insulare e in altre aree mediterranee europee e nordafricane.

Sono veramente difficili da notare per via delle loro dimensioni che raramente raggiungono i 20 centimetri e più frequentemente non superano di molto i 10 centimetri. Altrettanto difficile è ottenere buone fotografie se non si ha pazienza, passione e buona attrezzatura. Viene chiamata comunemente “Fior di bombo” per la vaga somiglianza della parte più evidente della complessa struttura fiorale, chiamata labello, ai diffusissimi omonimi insetti. Come tutte le orchidee, anche le Ophrys bobyliflora rivestono grande importanza ecologica e sono indicatori di buone condizioni ambientali. Crescono infatti solo nei siti dove il suolo è pressoché indisturbato, dovendo ospitare specifici funghi necessari per la germinazione dei loro semi, che nelle orchidee è un processo lungo e complesso. Non devono mancare inoltre gli insetti impollinatori che, a loro volta, necessitano della disponibilità di risorse necessarie alla loro esistenza.

In un precedente articolo di qualche settimana fa si era già trattato di un’altra specie, l’Orchidea di Robert, e della sua complessa strategia riproduttiva imperniata sulla collaborazione tra diverse specie. L’Ofride fior di bombo, differentemente, anziché sul vicendevole scambio di “cortesie” tra pianta e insetti, condivide con tutte le altre specie del genere Ophrys un’altra ingegnosa strategia che però si basa sull’inganno. Se si potesse umanizzare il comportamento di queste piante si potrebbe dire che mentre l’Orchidea di Robert in cambio del “servizio” di trasporto del polline da un fiore all’altro offre “vitto e alloggio” agli insetti, le Ophrys ottengono lo stesso servizio grazie a una illusione, un inganno appunto, senza nulla offrire, in cambio, agli insetti che hanno collaborato nella loro impollinazione. Mi spiego meglio. Nella loro evoluzione le Ophrys hanno sviluppato una strategia tanto efficace quanto ingannevole, costituita dall’aver trasformato un petalo (il labello) in modo da assumere le sembianze della femmina di una specie di insetto. Ogni specie di ofride, o gruppo di specie, ha sviluppato un labello che imita il dorso della femmina di una specie di insetto.

Non solo! La sofisticata “intelligenza” di queste orchidee è riuscita a imitare e produrre anche quelle molecole, dette feromoni, emesse dalle femmine per richiamare i maschi e indurli all’accoppiamento. Quello che succede è facile da intuire. I maschi, attratti dall’aspetto femminile del labello e dal feromone, credendo di accoppiarsi, si posano sul fiore dell’orchidea spingendovisi all’interno e facendosi involontariamente incollare addosso i pollinii. Terminato questo ingannevole accoppiamento, l’insetto sarà attratto da un altro fiore della stessa pianta o di altre piante della stessa specie di orchidea, simulando un altro accoppiamento che provocherà il trasferimento del polline raccolto in precedenza. Ciò avverrà solo su fiori della medesima specie e non su altre. Questo perché ogni specie di Ophrys imita, nelle forma e nell’odore, una precisa specie di insetto. Grazie a questa complicata ma efficace strategia le Ophrys si garantiscono l’impollinazione anche tra piante distanti con i conseguenti notevoli vantaggi derivanti dall’impollinazione incrociata che garantisce la variabilità necessaria alla sopravvivenza dell’orchidea in quanto specie. Il tutto senza aver dovuto produrre nettare e neppure tanto polline, risparmiando in tal modo energia e sostanze nutritive. La sintesi delle le tre E, per intenderci Efficacia, Efficienza, Economia.

Per completezza, va aggiunto che nel caso specifico della Ophrys bombyliflora gli insetti impollinatori prescelti appartengono a delle specie di api dette “solitarie” appartenenti al genere Eucera.

È appena il caso di accennare al fatto che in natura la variabilità è una delle forze principali di adattamento ai cambiamenti, di resistenza e risposta a condizioni avverse e, in sintesi, di sopravvivenza delle specie e degli ecosistemi nel tempo e nello spazio. Infatti solo disponendo di una popolazione composta da individui con caratteri variabili la specie (non certo il singolo individuo) riesce e superare malattie o forti variazioni di condizioni esterne. È ciò che con un termine complicato gli studiosi definiscono “biodiversità intraspecifica”. Il concetto di biodiversità è comunque molto più ampio riguardando l’insieme e il numero di specie presenti in un determinato ambiente e formerà oggetto di un altro approfondimento.

È singolare infine constatare come la natura escogiti gli stratagemmi più complicati pur di favorire la diversità all’interno della stessa specie, mentre noi umani (che pure della natura facciamo parte) troppo spesso tendiamo ad escludere tutto ciò che è differente da noi. Tutto ciò che non è omologato viene considerato “anormale”e poco importante. Come se si dovesse per forza essere uguali: stessa cultura, religione, colore della pelle, modi di vivere, di vestire, di amare.

La domanda è: non è che stiamo sbagliando qualcosa?

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