di Stanislao Salvaggio
Quante volte ho trascorso ore e ore in vana attesa della comparsa di un soggetto interessante da fotografare. In questi casi non puoi fare altro che tornare a casa con la scheda di memoria vuota e la sola gratificazione per aver fatto una salutare e gradevole camminata. Altre volte, invece, capitano occasioni così fortunate che, a prima vista, non ti sembra vero.
È quello che mi è capitato sei anni fa quando ho scattato queste foto: un Assiolo (Otus scops) noto anche Chiù, termine onomatopeico che richiama il suo insistente verso, aveva deciso, chissà perché, di fermarsi per alcune settimane sui rami di un grosso albero di Falso pepe (Schinus molle) posto proprio davanti la mia casa di campagna. Non mi restava che prendere la fotocamera e scattare, oltretutto lui è stato veramente collaborativo. Non è un soggetto facile da vedere anche per via del suo mimetismo che lo fa confondere con la corteccia degli alberi e per le sue abitudini notturne, sono stato veramente fortunato. Mi rammarico soltanto del fatto che al momento non disponevo ancora una più adeguata attrezzatura fotografica. Lo so, non si può avere tutto!
Ma torniamo all’Assiolo. Si tratta di uno strigiforme, cioè di una specie di uccello predatore dalle abitudini notturne come le civette e i gufi, la cui attività di caccia di insetti, piccoli rettili, anfibi e talvolta piccoli uccelli e roditori viene esercitata dal crepuscolo a poche ore dopo la mezzanotte, per il resto del tempo va in pausa e rimane appollaiato nel proprio rifugio, riducendo di molto i propri movimenti. Come si può vedere anche dalla foto il suo piumaggio è molto mimetico, confondendosi con la corteccia, e ciò gli consente di passare inosservato agli eventuali predatiri. Nella foto, probabilmente sentendosi minacciato dalla mia presenza, tiene alzati due ciuffetti ai lati del capo e per questo il suo aspetto appare slanciato, mentre quando li abbassa dà l’idea di avere dimensioni minori. Il suo verso è un tipico e insistente “chiù” ripetuto a intervalli di pochi secondi.
Da quel giorno fortunato ho prestato più attenzione a tutto ciò che si posa su quel grosso albero: numerose specie di uccelli, lucertole, gechi e insetti (in particolare api e altri impollinatori, durante la fioritura); insomma, un piccolo ecosistema in cui diverse specie trovano rifugio e nutrimento. Riflettendoci, appare quanto mai importante pure in ambienti agricoli (immaginiamoci poi in ambienti urbani!) favorire e garantire la presenza di singoli alberi lasciati liberi nella loro crescita – o gestiti, solo ove fosse realmente necessario, con limitati e sapienti interventi di potatura – al fine di creare le condizioni che garantiscono la presenza di diverse specie animali e vegetali, correggendo in parte la monotonia e la banalizzazione biologica degli ambienti ad agricoltura intensiva e di quelli urbanizzati. Ricordiamoci che la ricchezza di ambienti e di specie, per dirla in modo semplice, è garanzia di stabilità e salubrità, mentre la semplificazione produce fragilità e suscettibilità a malattie e attacchi parassitari.
