Chi frequenta boschi e campagne, ma anche giardini e zone urbane di contatto tra la città e la campagna, da qualche settimana avrà notato un canto modulato e melodioso provenire da diverse direzioni.
Con tutta probabilità si tratta del canto dei pettirossi (Erithacus rubecula) che nella stagione fredda lasciano le regioni settentrionali e migrano in Europa meridionale e in nord Africa per trovare condizioni migliori di temperatura e disponibilità alimentare. È uno degli uccelli più riconoscibili ed è impossibile confonderlo con altri. Forse insieme a passeri e piccioni è tra i volatili che impariamo a riconoscere fin da piccoli.
Si tratta di un piccolo batuffolo di penne e piume del peso variabile dai 13 a 24 grammi eppure è capace di un canto potente e di un’aggressività sorprendente nei confronti dei propri simili che si avvicinano a quello che considerano il loro territorio. Si nutrono soprattutto di insetti, lombrichi e molluschi ma non disdegnano anche piccole bacche. In Sicilia nelle aree più interne esistono popolazioni stanziali e nidificanti mentre nelle zone costiere e di pianura sono presenti popolazioni migratrici svernanti.
L’immagine e il comportamento di questo animale si è prestata a diverse credenze, simbolismi e leggende. Nel mondo cristiano, ad esempio, è diffusa la credenza secondo cui i pettirossi una volta erano tutti grigi dalla testa alla coda, fino a quando uno di questi uccelli sul Golgota non cercò compassionevolmente di liberare Gesù dalla corona di spine che per dileggio i suoi aguzzini gli avevano posto sul capo e, nel farlo, si macchiò il petto di sangue. Per ringraziare il piccolo uccello, Gesù decise allora di lasciare a tutti i pettirossi quel segno sul petto affinché tutti potessero riconoscere da questa macchia quella creatura così generosa.
Non il piumaggio, ma il canto corto e gorgheggiante del pettirosso ha ispirato Il grande compositore Fryderyk Chopin che, ammirato da una voce così pura e melodica, lui che di musica ne capiva certamente, cercò di imitarla nel tema principale della Grande Polonaise brillante e per questo, da allora il pettirosso e stato definito lo “Chopin dell’aria”.
Anche Fabrizio de André ne La domenica delle salme, canzone scritta insieme a Mauro Pagani secondo cui il testo costituisce “la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza“, scrive simbolicamente di un “pettirosso da combattimento” che riuscì a salvarsi dalla stupidità degli autori delle fiamme che avvolsero un povero vecchio (fatto di cronaca accaduto in quel periodo a Milano). Il pettirosso probabilmente intendeva simboleggiare la forza e la determinazione con cui piccoli e deboli individui riescono a sottrarsi, seppure con scarsa efficacia nel conteso della società, alla stupidità, al consumismo e al materialismo più sfrenato. Che dire? Come sempre De André non solo ci aveva visto giusto ma, visto quello che è accaduto dopo e le cause di quello che sta accadendo in questi giorni, è stato veramente profetico.

