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L’acqua che non c’è “denunciata” da un’ insegnante: ad Agrigento ogni litro ha una seconda vita

A San Leone, tra turni di erogazione negati e autobotti in ritardo, la vita quotidiana è una continua gestione dell’acqua. Un’insegnante ci racconta una giornata scandita dall’attesa e dal riutilizzo forzato della risorsa idrica, una condizione condivisa da molte famiglie. Una condizione condivisa da migliaia di cittadini.

C’è un momento, nelle case di chi vive da mesi con l’acqua razionata, in cui anche un litro cambia valore. Non è più semplicemente acqua: è quella con cui si sono lavate le verdure, quella rimasta dopo aver insaponato i piatti, quella che alla fine della giornata può ancora servire per lo scarico del bagno.

Ad Agrigento, ma anche in tanti paesi della provincia come Favara, Palma di Montechiaro e Porto Empedocle ed altre comunità che soffrono, il cosiddetto “riciclo dell’acqua” non è una pratica ecologica scelta per convinzione. Per molte famiglie è diventata una necessità quotidiana, una tecnica di sopravvivenza domestica nata dalla mancanza di una fornitura regolare.

A raccontarla è un’ insegnante che vive in estate nella residenza di San Leone. La sua casa ha un regolare contratto con AICA, il gestore del servizio idrico, e le bollette vengono pagate regolarmente. Eppure, racconta, dai rubinetti l’acqua non arriva nonostante da  tempo è stato richiesto l’ allaccio.

La procedura è semplice e, proprio per questo, racconta bene la dimensione dell’emergenza: un litro d’acqua trattata viene versato in una piccola bacinella. Prima serve per lavare la verdura, poi per le stoviglie. Alla fine della giornata, quella stessa acqua finisce nel water. Il tutto tra una bacinella ed un secchio, impegnando permanentemente angoli di casa.

 

Un litro, dunque, può avere tre, quattro vite.

È una forma di risparmio estremo che in Sicilia, davanti alle crisi idriche, si tramanda e si reinventa. Ma oggi, per chi vive con le condotte a secco, anche la capacità di riutilizzare più volte la stessa acqua ha un limite preciso: prima o poi l’acqua finisce.

“La nostra giornata è scandita proprio dall’ossessione-acqua”, racconta la docente. “Se arriva, nel mio caso solo con autobotte, dobbiamo riempire vasche e recipienti, programmare lavaggi in lavatrice, fare un minimo di pulizia straordinaria a casa. Se non arriva dobbiamo gestire pochi litri che riusciamo a riempire da qulche parente o nelle poche fontane pubbliche, per fabbisogni primari: lavarci, cucinare, gestire lo scarico dei wc”.

È una quotidianità fatta, come detto, di contenitori da riempire, bacinelle da conservare, lavatrici da programmare quando finalmente arriva l’acqua. E quando dai rubinetti non esce nulla, entrano in scena non solo i bidoni di plastica, riempiti e trasportati per garantire almeno il minimo indispensabile ma soprattutto nervosismo ed imprecazioni verso una classe politica che da lustri non riesce a porre fine a questa emergenza, con i paradossi di invasi pieni, reti colabrodo, fiumi d’acqua persi per strada e rubinetti domestici asciutti.

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L’ insegnante ci racconta anche il prezzo ambientale e umano di questa situazione. Sul terrazzo aveva creato un giardino pensile. Poi, con l’acqua sempre più difficile da avere, ha dovuto rinunciare alle piante. “Avevo in terrazza un bel giardino pensile, ma per la mancanza d’acqua ho dovuto far morire tutte le piante. Non sento più il profumo del gelsomino ma non sento nemmeno il rumore dell’acqua che riempie le cisterne”.

Il problema, nella sua esperienza, non riguarda soltanto la scarsità della risorsa. C’è anche la difficoltà di ottenere una risposta da Aica quando si chiede un rifornimento.

L’ utente ci riferisce di aver richiesto un intervento tramite ticket al numero preposto per una fornitura con autobotte. Dopo la conferma del codice necessario al rifornimento, racconta, l’autobotte arriva in tempi biblici.. Una situazione che, secondo la sua testimonianza, si protrae nonostante l’allaccio idrico regolare e il pagamento del servizio.

“È vergognoso che nell’agosto del 2026 una famiglia con un regolare contratto e le bollette pagate debba essere costretta a sopravvivere con pochi litri trasportati in bidoni di plastica”, è il senso della sua denuncia.

Il paradosso è tutto qui: cittadini chiamati a rispettare i propri doveri, ma che raccontano di non riuscire a ottenere con continuità il servizio essenziale per il quale pagano.

“A scuola insegno ai miei alunni l’importanza dei diritti e dei doveri che ogni cittadino deve rispettare. Noi abbiamo il dovere di pagare i canoni idrici ma abbiamo il diritto di ricevere l’acqua direttamente dentro i nostri serbatoi”.

Quando l’acqua arriva, non c’è tempo da perdere. Si rinvia tutto: da una visita medica programmata ad un semplice e normale giornata al mRe sfruttando il periodo di ferie. Si riempie tutto ciò che può contenere acqua: vasche, taniche, recipienti. Si fanno le lavatrici. Si pulisce casa. Si recuperano le scorte. Quando invece il turno salta o l’attesa di una fornitura con l’autocisterna privata allunga, comincia la fase opposta: razionare.

Ed è allora che anche l’acqua già utilizzata diventa preziosa. Ogni uso viene pensato in anticipo. Ogni spreco pesa.

Ma anche questo ingegnoso sistema domestico, che in altre circostanze potrebbe essere raccontato come una buona pratica di risparmio idrico, qui assume un significato completamente diverso. Non è una scelta. È il risultato di una privazione.

La  sua protesta, che è poi la voce di un popolo assetato, è rivolto alla responsabilità di chi gestisce il servizio e di chi deve affrontare le emergenze.

“È una vergogna che ha nomi e cognomi ben precisi, legati a una classe dirigenziale che, a mio avviso, non è all’altezza della gestione dei servizi e neanche delle emergenze”.

La storia che vi abbiamo raccontato è, prima di tutto, una storia di acqua che non c’è. Ma è anche la fotografia di una normalità capovolta: pagare una bolletta, avere un allaccio regolare e, nonostante tutto, dover imparare a vivere con pochi litri alla volta. In una casa senz’acqua anche un litro può diventare una risorsa da usare, riusare e usare ancora. Finché ce n’è.

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