Non è solo il ritorno delle rondini ad annunciare l’arrivo della primavera. Altri uccelli migratori, col loro ritorno dalle aree di svernamento verso le nostre regioni, annunciano l’arrivo della cosiddetta bella stagione.
Sfoggiano spesso livree molto vistose e colorate, eppure sono meno popolari delle rondini e dei rondoni, probabilmente perché più difficili da osservare e perché non frequentano le aree urbane. Sicuramente anche perché sono specie elusive, schive e diffidenti nei confronti dell’uomo.
Di questi volatili vi propongo queste foto relative a tre delle più colorate e rappresentative specie di uccelli migratori che trascorrono la primavera e l’estate nel nostro territorio: il Gruccione (Merops apiaster), il Rigogolo (Oriolus oriolus) e l’Upupa (Upupa epops)
Oltre alla vistosità della livrea e all’essere migratori tra l’Europa e l’Africa queste tre specie condividono il fatto di nutrirsi prevalentemente di insetti, anche se il rigogolo gradisce pure frutta matura e piuttosto dolce come gelsi e fichi (proprio per questa propensione in talune regioni è chiamato anche Pappafico, da non confondere con il beccafico (Sylvia borin), altro uccello ghiotto di frutta che ha dato nome al famoso piatto della gastronomia siciliana a base di sarde).
Dei tre, il Gruccione è il più variopinto. Vola spesso in gruppo in cerca di prede (soprattutto api, vespe, calabroni e bombi) che cattura in volo e, dopo aver eliminato il veleno dai pungiglioni battendoli ripetutamente sopra un ramo in cui si è posato, li ingoia lasciandoseli cadere in gola, ponendo il becco in verticale. Per questa sua abitudine di nutrirsi anche di api è malvisto dagli apicoltori, probabilmente a torto perché non tiene conto del fatto che si nutre anche dei predatori delle stesse api. E, a dirla tutta, non solo per questo! In natura, la cose sono sempre più complesse di quanto appaiono.
Il Rigogolo è il più sgargiante, soprattutto il maschio che ostenta un piumaggio giallo intenso e luminoso che contrasta col nero delle estremità delle ali e della coda. La femmina, invece, ha colori più tenui, mimetici e tendenti al verde. È più facile sentirlo che vederlo, infatti ha un canto potente, gradevole, flautato, dolcissimo e melodioso ma, allo stesso tempo, possiede una grandissima capacita di occultarsi dietro al fogliame. Si nutre a terra muovendosi a saltelli in cerca di insetti e altri invertebrati. La passione per i frutti dolci ogni tanto tradisce la sua nota capacità di nascondersi. Come nel caso della foto su questo articolo, la ricerca di gustosi frutti di gelso ha prevalso sulla naturale diffidenza e ha reso possibile un inatteso e fortunato scatto.
L’Upupa, il cui nome richiama il tipico verso dei maschi nel periodo riproduttivo (hup-hup-hup), è molto riconoscibile per la colorazione nocciola/arancio del dorso e per le ali barrate bianche e nere e, soprattutto, per la vistosa cresta di penne erettili sul capo. Posata sul terreno, caccia insetti e vermi grazie al lungo becco adunco e sottile, risultando utile nel contenere la popolazione di varie specie di invertebrati. Per la sagoma inconfondibile e il suo piumaggio appariscente ha ispirato sempre interesse tra gli uomini delle diverse epoche e civiltà. Con alterne fortune, però. Fu considerato uccello sacro nell’antico Egitto e nelle civiltà mediorientali nonché messaggero d’amore tra re Salomone e la regina di Saba, nel Corano. Nell’antica Grecia era considerato simbolo di regalità mentre per altre civiltà, soprattutto dal medioevo in poi, ha assunto significati lugubri e negativi. Forse questa cattiva nomea ha indotto in errore grandi poeti come Ugo Foscolo ne Dei sepolcri (…E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna/L’ùpupa, e svolazzar su per le croci/Sparse per la funerea campagna, […]) e Giuseppe Parini ne La notte ([…] E upupe e gufi e mostri avversi al sole/svolazzavan per essa; e con ferali/stridi portavan miserandi augùri.[…]). A riscattare, per così dire, i poeti in epoca più recente ha provveduto Eugenio Montale nella sua raccolta di poesie Ossi di seppia:
Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muovere più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.
L’Upupa compare inoltre in molte opere d’arte, stemmi araldici, francobolli ed è persino dichiarato uccello nazionale dallo Stato di Israele. Certo, visto quanto sta avvenendo in quella martoriata regione, verrebbe quasi da dar ragione a coloro che lo hanno associato a guerre imminenti e ne hanno ritenuto il canto un presagio di morte e di sventura. Per fortuna sono solo credenze. Speriamo.
