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Guardare o osservare?

di Stanislao Salvaggio

Andiamo sempre troppo di fretta e posiamo spesso uno sguardo distratto e troppo superficiale su ciò che ci circonda. Invece bisognerebbe prestare più attenzione ai particolari, non limitarci a guardare bensì ad osservare.

Osservare è altra cosa rispetto a guardare, è un’azione più profonda, non superficiale e frettolosa, che presuppone ragionamento, analisi, comprensione. Nel caso di ambienti naturali o paranaturali, una visione più attenta e profonda consente di capire cosa abbiamo di fronte, la sua composizione e le sue logiche, l’importanza, l’utilità, i problemi, la fragilità, la stabilità e – se ci pensiamo bene – la bellezza. E dal non limitarsi a guardare, dal soffermarsi, dal cercare di capire, dal contemplare, dal conoscere, dall’apprezzare, nasce il rispetto. Quel rispetto che purtroppo non sempre dimostriamo di avere, visto il modo in cui trattiamo il mondo e la natura.

Dedicarsi alla fotografia, soprattutto quella naturalistica e paesaggistica, può essere uno dei modi per non guardare con superficialità perché costringe a selezionare un’inquadratura che possa racchiudere ciò che ci colpisce, magari per armonia e bellezza o per un particolare curioso. Capita allora di chiedersi perché quell’immagine risulta interessante, gradevole, equilibrata e anche perché quell’ambiente ha quelle forme e quei colori. Può succedere di interrogarsi anche sul motivo per cui alcune piante crescono in un posto e non in un altro, su qual è la loro funzione e qual è quella degli animali che ad esse sono indissolubilmente connessi.

Per contrasto, può capitare di chiedersi anche perché non si è attratti da altre parti di paesaggio che risultano banali, disarmoniche, squilibrate, sgradevoli, o trasmettono disagio. Magari si può concludere che sia il frutto di interventi errati e dannosi. Insomma, a questo punto, non si sta semplicemente guardando, si sta osservando. A pensarci bene, è come se davanti a un libro, anziché limitarsi a guardare la copertina e il prezzo, ci si mettesse a leggere. E magari a rileggere, per capire meglio.

In proposito, vi propongo due foto di alcuni anni fa.

La prima, quella di copertina, scattata in contrada Drasi di Agrigento, riprende una prateria in periodo primaverile in cui i colori delle fioriture sono disposti secondo una sequenza ordinata e non casuale, dovuta soprattutto alle diverse condizioni del suolo. In primo piano la fioritura bianco-rosea della spinosa Scarlina (Galactites tomentosus), seguita da due bande azzurro-violacee della fioritura dello strisciante Convolvolo tricolore (Convulvulus tricolor). In secondo piano, il rosso intenso della Sulla (Sulla coronaria) importante pianta spontanea e coltivata per l’alimentazione del bestiame, tanto adatta alle difficili condizioni climatiche siciliane e sui diffusi terreni argillosi. Sullo sfondo, il giallo-ocra di altri vegetali che già a fine aprile del 2022, a causa della siccità, si approssimavano a concludere il loro ciclo vegetativo. Il tutto punteggiato da isolate piante di Palma nana (Chamaerops humilis) unica palma autoctona presente nell’Europa mediterranea (e una volta utilizzata per vari lavori artigianali nella povera economia rurale da cui proveniamo) e da Carciofo selvatico (Cynara cardunculus), antenato del carciofo coltivato, i cui capolini, seppure piccoli e spinosissimi, sono commestibili. Per realizzare questa foto, la fotocamera è stata impostata in modo da ottenere un’immagine in cui tutti i piani sono messi a fuoco, proprio per evidenziare la composizione floristica e l’aspetto cromatico.

La seconda foto, scattata nei pressi della foce del fiume Naro, è relativa a una pianta di Pancrazio (Pancratium maritimum) nota anche come Giglio marino, piuttosto diffusa sulle coste sabbiose del Mediterraneo. Proprio per questo, la sua esistenza subisce l’azione negativa delle pesanti attività balneari e l’eccessivo sfruttamento delle aree dunali. È una specie vegetale che unisce alla bellezza e alla apparente delicatezza dei fiori una robustezza eccezionale, essendo capace di vivere e prosperare in un ambienti estremamente difficili e inospitali come sono le dune sabbiose. Altre piante riescono a vegetare negli stessi ambienti, ma il Pancrazio stupisce per la sua eleganza e la sua delicatezza che contrastano con le dure condizioni ambientali. In questa foto, a differenza della precedente, la profondità di campo è volutamente limitata, infatti solo la pianta di Pancrazio è stata messa a fuoco e tutto il resto risulta indistinguibile. Restano però i colori sfumati, a mo’ di pennellate, a creare uno sfondo gradevole che mette in risalto e valorizza il soggetto.

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