Sono le 18.30 del primo sabato dopo la conclusione ufficiale di Agrigento Capitale della Cultura 2025. Via Atenea si presenta come l’ abbiamo ripresa in foto, senza gente, senza turisti, ma neanche agrigentini. Tante le vetrine spente, molte le saracinesche chiuse con appesi i cartelli “Vendesi” o “Affittasi”.
Chi è aperto per un potenziale sabato da saldi ha ancora le luminarie natalizie accese, come a non voler spegnere la speranza di una città che deve vivere.
Le luminarie, quelle messe dal Comune, sono ancora collocate, ma adesso sono spente e via Atenea si presenta con luci soffuse che trasmettono non romanticismo ma tristezza e desolazione. Il venditore di souvenir è davanti alla porta in attesa di vendere le calamite con i Templi; in un angolo seduti a smanettare sui smartphone due cittadini asiatici con un fascio di rose in mano. Sulle strade nessun segnale di traffico e facilità di parcheggio, al contrario di come si presenta il Capoluogo con scuole e uffici aperti. Tutto questo nel giorno dove Sergio Mattarella, ad un anno di distanza dalla sua presenza al “Pirandello”, inaugura la stagione che vedrà L’Aquila Capitale della Cultura 2026.
«In un tempo di sofferenze indimenticabili, L’Aquila e l’intera Italia – ha detto il Capo dello Stato- seppero reagire e mobilitare energie». Da quel terremoto terribile sono passati quasi diciassette anni: oggi il capoluogo dell’Abruzzo, nonostante i cerotti post sisma, si fa trovare bello e pronto per ricevere flussi turistici e “fare economia”. Più di trecento morti, 1.600 feriti, 80 mila sfollati e una scia di macerie saranno la spinta per fare spiccare il volo a L’ Aquila, mentre Agrigento rimane sola, deserta ed al buio. Sapendo di avere sprecato un’ occasione che difficilmente si potrà ripresentare.
